“Bisogna dare la terra a chi ha il coraggio di lavorarla, bisogna dare la case coloniche a chi ha il coraggio di abitarle, bisogna dare le bestiame a chi ha il coraggio di ripulirgli la stalla ogni giorno. I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna. Bisogna recuperare tutte le ricchezze che per secoli sono partite dalla terra verso i salotti cittadini, bisogna buttarle ai piedi dei contadini e supplicarli di perdonarci. Ma anche per questo è già troppo tardi”. Queste parole non sono di un guerrigliero sudamericano e nemmeno di un rivoluzionario marxista, sono di un sacerdote toscano di 25 anni: Don Lorenzo Milani.
Cosciente che tutto debba partire dalla scuola, consapevole dell’importanza dell’istruzione e del potere della cultura, Don Milani diventa prima di tutto insegnante. In classe non espone crocifissi perché sovente ripete “La scuola è di tutti e per tutti” e “Con la scuola non potrò farli cristiani, ma potrò farli uomini”. Le sue lezioni iniziano con la lettura del giornale tra i banchi dove invita direttori di testata a parlare dei fatti che accadono e dove spinge alunni e cittadini alla cruda riflessione sull’utilizzo delle parole. Sconvolge le regole dell’insegnamento e inizia a suscitare nei giovani l’attenzione per la politica. L’aprile del 1948 per don Milani è una data determinante vista la sua adesione alle idee della Democrazia Cristiana “E’ stato vincere la mia grande sconfitta”. Il sacerdote toscano divide in due i consensi: per alcuni è amatissimo, per altri odiatissimo; per la Chiesa inizia a diventare troppo ribelle, spesso, addirittura scomodo.
A San Donato Calenzano il sacerdote costruisce una comunità, dove ogni regola gerarchica viene sconvolta. Inizia a vivere in povertà e viene sempre più emarginato dalla Chiesa, si avvicina al sindaco di Firenze Giorgio La Pira con il quale imposterà un’amicizia fatta di condivisioni morali e politiche. Nel 1958 pubblica “Esperienze pastorali”, testo molto contestato e difficile da accettare in un’Italia uscita da poco dalla Guerra Fredda. Viene mandato a Barbiana, piccolo paesino con poche famiglie molto povere che vivono tra i campi e animali, ma don Milani crea una scuola controcorrente e convince i genitori con ogni mezzo a mandare a lezione i propri figli. L’esperienza della scuola di Barbiana attira sull’Appenino toscano insegnanti italiani e stranieri, gente della cultura e personalità della politica. Il messaggio non passa inosservato, e a Barbiana arrivano critiche, intimidazioni e persino minacce di morte. Nel 1965 arriva nella piccola cittadina anche un giovane dirigente del PCI, Pietro Ingrao. Don Milani si schiera a favore dell'obiezione di coscienza. Nel 1967 Don Milani pubblica “Lettera a una professoressa” scritto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana. Il testo viene interpretato come un atto di accusa al sistema scolastico italiano e scuote ulteriormente i pareri della Chiesa e di tutta la società. L’unico a sposare interamente le idee di Don Milani è Pier Paolo Pasolini. Passa molto tempo affinché il libro diventi uno dei testi sacri del ’68 italiano. Racconta Mario Capanna che nei giorni della contestazione si facevano letture di gruppo del libro e seminari sui temi dello studio critico e dell’importanza della conoscenza per la trasformazione del mondo. A soli 44 anni, il 26 giugno del 1967, Lorenzo Milani si spegne. Il suo pensiero, i suoi scritti e la sua professione diventano esempi da seguire anche e soprattutto in Umbria. Aldo Capitini, filosofo pacifista, propugnatore della Marcia per la pace Perugia-Assisi vede nel sacerdote toscano un “insegnante di nonviolenza” e tra loro nasce uno scambio interessate fatto di dialogo, progettazione e stima. Don Milani nei suoi scritti ripercorre le guerre degli ultimi 100 anni e si appella a due capisaldi: il Vangelo e la Costituzione italiana.
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